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Attraverso due terzi del secolo

Omnicrazia: il potere di tutti
Aldo Capitini
Firenze, Il Ponte, 2016, pp. 144

Tra la primavera e l'estate del 1968, pochi mesi prima di morire, Aldo Capitini pubblicò due saggi, uno di carattere autobiografico, l'altro di sintesi teorica e di proposta politica. Nel primo, intitolato Attraverso due terzi del secolo, il quasi settantenne Capitini ripercorre sinteticamente le fasi fondamentali della sua formazione intellettuale e politica, dedicando ampio spazio a quella che definisce la «conversione» del 1918-1919, con il passaggio dall'infatuazione adolescenziale per il nazionalismo e il patriottismo all'umanitarismo pacifista e socialista, dalla vicinanza alle posizioni del futurismo e del dannunzianesimo allo studio rigoroso e da autodidatta dei classici latini e greci, della Bibbia e dei fondamenti delle religioni. Il racconto prosegue con la sua esperienza di opposizione al fascismo, l'incontro con Croce, il lavoro di propaganda svolto presso la Scuola Normale di Pisa per diffondere i principi della prassi nonviolenta di Gandhi, il rifiuto di iscriversi al partito fascista e il conseguente allontanamento dalla Scuola per opera di Gentile. Dopo aver fondato il movimento liberalsocialista e aver cercato vanamente di dar vita a gruppi nonviolenti di resistenza, con la liberazione dal fascismo e il dopoguerra l'attività di Capitini si rivolge verso due obiettivi ambiziosi e complementari: da una parte, il tentativo di realizzare una riforma etico-religiosa, attraverso il Movimento di religione e il Centro di orientamento religioso; dall'altra, gli esperimenti di democrazia diretta, che si concretizzano con il Centro di orientamento sociale a Perugia, l'impegno per la nonviolenza, con la Marcia per la pace Perugia-Assisi, l'obiezione di coscienza e il vegetarianismo. Il resoconto autobiografico, che si conclude con un accorato appello a costituire una società alternativa a quella esistente, è tuttavia percorso da una consapevolezza a tratti tragica: quella di rappresentare una posizione non solo minoritaria ma del tutto isolata, su cui grava l'indifferenza, se non la scomunica, dell'ambiente culturale e politico italiano.
Il secondo saggio, Omnicrazia: il potere di tutti, è dedicato all'analisi di un tema di cui Capitini si era occupato fin dal 1944 e che tornò ad appassionarlo soprattutto negli ultimi anni della sua vita: il problema del potere. Il punto di partenza della sua riflessione è la constatazione che nella società a lui contemporanea l'uguaglianza di diritto tra gli individui, benché sempre in conflitto con l'esistenza di differenze di fatto, si stia sviluppando in modo inarrestabile fino a includere ogni aspetto della vita umana, dal diritto alla politica, fino all'ambito educativo. Per potersi esplicare in modo pieno, però, tale estensione dell'uguaglianza deve accompagnarsi a una trasformazione radicale di tutta la società, delle sue strutture, delle sue istituzioni e del suo stesso immaginario simbolico attraverso quella che viene definita «apertura alla compresenza» o «omnicrazia», vale a dire la rivendicazione per ogni essere umano, anche quello tradizionalmente escluso ed emarginato, all'esistenza, alla libertà e allo sviluppo, a cui si accompagna il riconoscimento della possibilità di realizzarsi come persona e di far sentire la propria voce all'interno della comunità. Di qui la necessità che l'apertura filosofico-religiosa vada di pari passo con l'apertura politica e culturale. L'omnicrazia dovrebbe fondarsi, secondo Capitini, su due capisaldi: da una parte, un pacifismo integrale, che include il rifiuto della guerra e la messa al bando degli eserciti e delle armi, dal momento che gli strumenti nonviolenti garantiscono una maggiore stabilità alle conquiste sociali e politiche; dall'altra, un'accanita difesa della libertà, con la conseguente presa di distanza dall'individualismo borghese e la riaffermazione dei valori della correttezza civica e dell'onestà di fronte alla corruzione dilagante. Quest'ultimo aspetto, a sua volta, non può prescindere da una riforma del diritto positivo, che continui sì a interpretare le leggi come «un momento felice, dinamico e fecondo della produzione della ragione, in quanto superatrice della natura "selvaggia"», ma presupponga anche in ogni uomo la capacità di giudicare e vagliare tali leggi, di respingerle se ingiuste e, nel caso, di elaborarne e proporne di nuove.
L'anelito alla compresenza nasce in Capitini soprattutto dalla consapevolezza del fallimento dei due sistemi sociopolitici ed economici che si contendono il mondo nel pieno della Guerra fredda: il capitalismo occidentale, che perpetra lo sfruttamento e l'oppressione di classe ed esalta l'efficienza e la tecnocrazia come valori supremi, e il comunismo sovietico, che vieta la libertà di informazione e di critica, sublimando l'idea di rivoluzione, in nome della quale è possibile accettare l'uso della violenza e rinviare a un tempo escatologico il vero fine del socialismo, ovvero la libertà di tutti. Contro l'autoritarismo dei funzionari e la dittatura di una classe sulle altre, Capitini auspica la partecipazione diffusa al potere attraverso forme di autogoverno e sistemi di controllo dal basso, tra i quali i consigli di quartiere e di borgata e le assemblee deliberanti e consultive, che fungano da contrappesi e da correttivi periferici ai difetti del sistema parlamentare centralistico. L'assemblea, che viene definita «sacra» e «permanente», è affiancata dall'opinione pubblica, che deve svolgere una funzione critica nei confronti delle decisioni assembleari basandosi su un'informazione corretta ed aperta.
Al di là degli strumenti necessari per realizzarla, Capitini sostiene che la costruzione dell'omnicrazia debba avvenire in due fasi. La prima fase è caratterizzata dall'assenza del governo; la seconda, conseguente alla prima, consiste nella formazione di una realtà liberata da oppressioni e diseguaglianze, senza più centri né periferie del mondo, in cui il potere sia il risultato «di allargamento delle aperture, di addestramento alle tecniche della nonviolenza [...], di miglioramento della zona in cui si vive (perché da una periferia onesta, pulita, nonviolenta avverrà la resurrezione del mondo), di lavoro educativo, di impostazione di continue solidarietà con altri nella rivoluzione permanente per la democrazia diretta». Nella prospettiva di Capitini, dunque, l'omnicrazia si pone come alternativa non solo ai regimi autoritari, ma anche alla democrazia parlamentare, ritenuta un sistema politico deficitario sotto numerosi aspetti perché riconosce ai diritti della maggioranza un'importanza maggiore rispetto a quelli delle minoranze, antepone i fini ai mezzi, si basa su una burocrazia asfittica e legittima la guerra e la violenza, preferendo fare affidamento sulla coercizione e sulla repressione piuttosto che su strumenti persuasivi ed educativi. Anche per Capitini il cammino verso l'omnicrazia implica una «lotta», impensabile senza sacrifici di lungo periodo e forme di solidarietà dal basso. Si tratta tuttavia di una lotta condotta in maniera nonviolenta e costantemente animata dall'apertura all'altro.



Autore Giovanni Cerro
Anno 2016
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